Ci sono titoli che, a distanza di anni, iniziano a dire altro.
Comfortably Numb l’abbiamo ascoltata per molto tempo come una canzone sul distacco, sull’anestesia, su quella parte di noi che a un certo punto smette di sentire. Era già abbastanza. Ma oggi quella parola in più, comfortably, pesa in modo diverso.
Non solo intorpiditi. Comodamente intorpiditi.
Informati, certo. Aggiornati. Esposti a tutto. Alle immagini, ai numeri, ai video, alle dichiarazioni, alle smentite, ai comunicati ufficiali. Eppure sempre più capaci di restare al nostro posto. Di guardare senza essere davvero spostati da ciò che vediamo.
Il primo link che inserisco qui è quello del brano Roger Waters & Mona Miari – Comfortably Numb Re-Imagined.
Non è una semplice rilettura di un classico. O almeno, non l’ho sentita così.
Riprende quell’atmosfera sospesa di Comfortably Numb e la attraversa con parole in inglese e in arabo. Palestina, memoria, 1948, casa, madre, preghiera, diritti umani. Elementi enormi, ma anche molto concreti. Non simboli astratti. Cose di cui è fatta una vita.
La musica, quando non vuole spiegare troppo, riesce ancora a fare una cosa che il dibattito pubblico spesso non sa più fare: aggira le difese.
Non ti chiede subito una posizione perfetta. Prima ti chiede di sentire.
E forse è da lì che bisognerebbe ripartire. Non perché sentire basti. Non basta. Non ha mai bastato. Ma senza sentire, tutto il resto diventa teatro.
Libertà.
Diritti.
Democrazia.
Pace.
Umanità.
Parole buone, anche belle. Ma fragili, se valgono solo quando non disturbano, quando non costano, quando non ci obbligano a rivedere la parte comoda della nostra posizione.
Il secondo link è quello del monologo Roger Waters – La voce della ragione.
Qui il tono cambia. Waters parla di Gaza in modo duro, frontale, a tratti teatrale. Non è un intervento fatto per piacere. E forse proprio per questo obbliga a fermarsi un momento.
Non si tratta di essere d’accordo con ogni parola, con ogni giudizio, con ogni passaggio. Sarebbe anche troppo facile ridurre tutto a questo: prendere o lasciare Waters, stare con lui o contro di lui.
Il punto, almeno per me, è un altro.
Il punto è che il suo discorso costringe a guardare una cosa che in Occidente sappiamo fare molto bene: convivere con il dolore degli altri senza lasciarci attraversare davvero da quel dolore.
Gaza, in questo senso, non resta solo Gaza. Diventa anche uno specchio.
Dentro ci finiscono la storia coloniale, le occupazioni, le terre prese, i popoli raccontati come inferiori, le violenze poi sistemate nei libri con parole più ordinate. Ci finiscono le nostre categorie, i nostri silenzi, le nostre prudenze. Anche quel modo elegante di dire che una cosa è complessa quando, in fondo, non vogliamo più guardarla troppo da vicino.
La complessità esiste. Sarebbe stupido negarla.
Ma c’è un punto in cui la complessità smette di aiutarci a capire e comincia a proteggerci dal sentire.
Waters usa l’immagine di un bambino solo, indifeso, a un crocevia. È un’immagine semplice, quasi troppo semplice. Però funziona proprio per questo. Toglie la guerra dal linguaggio delle mappe, degli equilibri, delle alleanze, delle strategie. La riporta a un corpo vulnerabile davanti a una macchina enorme.
Quando una guerra diventa solo numeri, comunicati, conferenze stampa, analisi televisive, il rischio è che perda la sua materia reale.
Le case.
Le madri.
I figli.
Le stanze che non ci sono più.
Le chiavi conservate per decenni.
La memoria di chi è stato mandato via.
La dignità di chi chiede prima di tutto di essere considerato umano.
E allora Comfortably Numb smette di essere soltanto una canzone. Diventa una domanda abbastanza scomoda.
Quanto dolore possiamo vedere prima di smettere di sentirlo?
Non è una domanda retorica. O almeno non dovrebbe esserlo.
Perché noi vediamo moltissimo. Molto più di chi ci ha preceduto. Vediamo quasi tutto, quasi in tempo reale. E proprio questa esposizione continua, invece di renderci più presenti, rischia di renderci più assenti.
Scorriamo.
Commentiamo.
Diciamo “terribile”.
Poi passiamo ad altro.
Non sempre per cinismo. A volte per difesa. Per stanchezza. Per impotenza. Perché il dolore degli altri, quando arriva ogni giorno dentro uno schermo, finisce per occupare uno spazio strano: è vicino e lontanissimo insieme.
Ma l’impotenza, se dura troppo, diventa un alibi.
Anche il linguaggio fa la sua parte. Non è neutro. Non lo è mai.
“Conflitto” è una parola più maneggevole di massacro. “Danni collaterali” è più sopportabile di bambini morti. “Questione complessa” può diventare una formula pulita per non prendere posizione. “Equilibrio geopolitico” può servire a non guardare in faccia chi paga il prezzo di quell’equilibrio.
Non si tratta di semplificare tutto. Si tratta di non permettere alle parole di sterilizzare la realtà.
Perché a forza di sterilizzare, ci si abitua.
E questa è la parte più inquietante. Non che il mondo sia crudele. Lo sappiamo, anche se ogni volta fingiamo di scoprirlo. La cosa più inquietante è la velocità con cui possiamo adattarci alla crudeltà, purché non interrompa troppo la nostra routine.
Continuiamo a lavorare.
Continuiamo a pubblicare.
Continuiamo a comprare.
Continuiamo a indignarci a intermittenza.
Poi la vita riprende. Sempre.
Non so se una canzone possa cambiare qualcosa.
Da sola, probabilmente no.
Però può fare una cosa piccola e necessaria: interrompere per qualche minuto il torpore. Ricordarci che non siamo obbligati a diventare cinici. Non siamo obbligati a chiamare realismo ogni resa morale. Non siamo obbligati ad accettare che la storia venga sempre raccontata da chi ha più forza, più armi, più alleati, più capacità di imporre la propria versione.
A un certo punto, la domanda non è più soltanto quella della canzone: c’è qualcuno là dentro?
La domanda, oggi, è più vicina e forse più difficile.
Siamo ancora capaci di sentire?
O ci siamo sistemati troppo bene dentro la nostra insensibilità?


