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Ho visto un video di Raffaele Gaito che comincia con un avvertimento piuttosto netto: questo è uno di quei momenti in cui bisogna fermarsi e capire a che punto siamo davvero con l’intelligenza artificiale.

Il titolo del video è altrettanto diretto: “Guarda questo video (importante) per capire a che punto siamo con l’IA”.

Il centro del suo ragionamento è una frase semplice: è finita l’epoca del copilota.

Per un paio d’anni abbiamo raccontato l’intelligenza artificiale così. Noi alla guida e lei seduta accanto, pronta a suggerire, correggere, accelerare qualche passaggio. Un assistente molto capace, ma pur sempre un assistente.

Quell’immagine ha funzionato. Probabilmente ci ha anche aiutato ad accettare più facilmente questi strumenti. Adesso, però, comincia a descrivere male ciò che sta succedendo.

Raffaele insiste su un passaggio preciso: non stiamo più soltanto lavorando insieme all’intelligenza artificiale. Stiamo iniziando ad assegnarle dei compiti.

La differenza non è piccola.

Non le chiediamo più soltanto di scrivere un testo, sistemare una frase o suggerirci qualche idea. Possiamo darle un obiettivo e lasciare che lavori per raggiungerlo.

Gli agenti possono usare strumenti. Aprono il browser, lavorano nel terminale, leggono e scrivono file, installano applicazioni, producono codice quando serve. Non restano chiusi nella finestra di una chat aspettando la domanda successiva.

Possono inoltre lavorare a lungo. Anche per ore.

Un agente riceve un compito, lo divide in passaggi, cerca informazioni, produce materiali e può coinvolgere altri agenti che lavorano in parallelo. Nel frattempo controlla quello che sta facendo e, quando qualcosa non funziona, torna indietro.

È il concetto di loop di cui si parla sempre più spesso.

La parola sembra più complicata della cosa. L’agente prova, verifica, si accorge di un errore, corregge e riparte. Può rifare un singolo passaggio oppure ricominciare da capo quando il risultato non corrisponde all’obiettivo.

Accesso agli strumenti, capacità di lavorare a lungo e possibilità di correggersi. Sono i tre elementi che, secondo Gaito, cambiano il modo in cui dovremmo usare l’intelligenza artificiale.

C’è poi un punto che trovo particolarmente interessante. Questi strumenti non rendono inutile l’esperienza. La rendono ancora più decisiva.

Un avvocato che conosce profondamente il proprio lavoro, un commercialista esperto, un designer, un consulente o un professionista abituato a valutare la qualità di un risultato può ottenere molto più di una persona che si limita a usare lo stesso strumento senza sapere davvero cosa chiedere e cosa controllare.

La competenza non sparisce. Cambia posizione.

Diventiamo, usando l’espressione di Raffaele, manager di agenti.

Non necessariamente manager di persone, con tutto ciò che quella parola porta con sé. Manager nel senso che dobbiamo imparare a definire un obiettivo, distribuire attività, controllare il lavoro e riportarlo nella direzione giusta quando esce dai binari.

Per molti sarà un passaggio poco naturale. Chi ha sempre fatto direttamente il proprio lavoro può non avere alcuna voglia di trasformarsi in supervisore. Ma il cambiamento sembra andare proprio lì: meno tempo dedicato ad alcune esecuzioni e più tempo speso nel decidere, delegare e valutare.

Prima ancora di imparare un nuovo strumento, quindi, bisogna cambiare mentalità.

Vale anche per le aziende.

Raffaele usa una provocazione efficace: non serve una strategia di intelligenza artificiale, almeno non quella costruita secondo i vecchi tempi aziendali. Cinque mesi di riunioni e sessanta pagine di documento rischiano di fotografare strumenti che, nel frattempo, sono già cambiati.

Non significa procedere senza una direzione. Significa evitare che la strategia diventi un modo molto ordinato per non cominciare.

Meglio partire da un’attività piccola. Assegnarla a un agente. Guardare dove funziona, dove sbaglia e quanto controllo richiede. Poi correggere il processo e riprovare.

Sporcarsi le mani, per usare le parole del video.

Continuare a lavorare soltanto dentro una chat, anche con modelli molto potenti, significa usare una parte limitata di ciò che oggi questi sistemi possono fare. Una chat risponde. Un agente agisce, usa strumenti, attraversa più passaggi e verifica il proprio lavoro.

Non è una differenza di interfaccia. È un altro modo di organizzare le attività.

Molti stanno aspettando che la situazione si calmi. Che diminuiscano gli annunci, che passi l’entusiasmo, che gli strumenti diventino più stabili.

Il problema è che potrebbe non calmarsi affatto.

Mentre aspettiamo, il distacco non resta fermo. Si accumula. E recuperare non significa soltanto imparare a usare un’applicazione, ma cambiare abitudini, linguaggio e modo di pensare il lavoro.

Il video di Raffaele Gaito non lascia molto spazio alle rassicurazioni. Ma forse è proprio questo il suo punto.

Il copilota è ancora lì. Solo che, nel frattempo, ha imparato a scendere dalla macchina e a fare parecchie cose da solo.

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